mercoledì 11 febbraio 2026

Proteine e scrivanie: il disordine come stato funzionale

Devo iniziare con una confessione. Io sono una persona estremamente disordinata. Non nel senso creativo-romantico, ma in quello molto concreto e misurabile. Mia madre aveva formulato una legge empirica che, col senno di poi, aveva una solidità statistica invidiabile: la quantità di libri, appunti, quaderni, penne e fogli sparsi è direttamente proporzionale alla superficie a mia disposizione. Più spazio avevo, più il disordine si espandeva. Scrivanie, tavoli, mensole, sedie: tutto diventava rapidamente occupato. Una dinamica spontanea, apparentemente irreversibile. E non è una fase della giovinezza. In casa mia si accumula di tutto: libri “da leggere”, libri “che ho già letto ma non si sa mai”, appunti di corsi di trenta anni fa, cavi di cui non ricordo l’origine ma che potrebbero rivelarsi cruciali in un futuro imprecisato. A volte questo materiale resta in uno stato diffuso, fluido, disordinato ma ancora dinamico. Altre volte, senza che nessuno capisca bene come, si addensa. Forma pile compatte, aggregati stabili, strutture semi-permanenti che resistono a qualunque tentativo di riorganizzazione. Se questa non è una transizione di fase guidata da interazioni deboli, faccio fatica a immaginare cosa lo sia. Forse è anche per questo che, quando leggo di proteine intrinsecamente disordinate, provo una certa empatia. Un recente articolo di rassegna uscito a giugno 2025 su Nature Reviews Drug Discovery fa il punto su questo mondo affascinante e un po’ controintuitivo, e mi ha fatto pensare che sì, forse il problema non è il disordine. Forse è la nostra ossessione per l’ordine. Cioè nostra... mia no, sicuramente.