domenica 11 gennaio 2026

Il mio 2025: dal Cammino di Santiago alla GenAI

Un anno nuovo che inizia è sempre un buon momento per fare bilanci e provare a capire dove stiamo andando. O, più semplicemente, per fermarsi un attimo a respirare. Non so voi, ma per me gli anni sono diventati sempre più frenetici: a volte mi sembra di chiudere gli occhi un attimo e riaprirli scoprendo che, nel frattempo, è passato un altro anno. Senza nemmeno il tempo di chiedere “scusa, ma quando è successo?”. Poi ci sono i tradizionali bilanci di fine anno sui social, ai quali mi sono volutamente sottratto. In realtà non solo ai bilanci, ma un po’ ai social in generale: una forma di autodifesa, diciamo. E allora quale posto migliore di un blog personale per fare un bilancio? Chi è interessato lo leggerà. Chi non lo è, probabilmente non è nemmeno arrivato a questa frase. Tutto molto sano.
Il mio 2025 è stato un anno estremamente impegnativo, ma nel senso buono del termine. Guardandomi indietro, ci sono almeno tre fronti sui quali ho la netta sensazione di aver dato davvero il massimo e di aver raggiunto risultati che, fino a qualche tempo fa, non avrei nemmeno osato immaginare.
Comincio dal fronte amministrativo, che è senza dubbio il più pesante. È stato un anno centrale del mio mandato da Direttore di Dipartimento, un ruolo che mi ha fatto crescere molto e che mi ha insegnato parecchio su me stesso: sulle mie qualità, ma anche, e soprattutto, sui miei limiti nella gestione di una struttura complessa come il Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento. Non è un caso, credo, che nel corso del 2025 mi sia tornato spesso in mente il Cammino Primitivo per Santiago de Compostela, che avevo percorso esattamente dieci anni prima, nel 2015. Anche quest’anno, metaforicamente, ho dovuto stringere i denti, fare i conti con la stanchezza (fisica e mentale) e continuare a camminare. E, un po’ come sul Cammino vero, ogni volta che pensavo di non farcela, alla fine ce la facevo. Arrivando alle tappe previste e imparando moltissimo lungo la strada. Obiettivi per il 2026? Portare a termine il mandato e fare in modo che chi raccoglierà il testimone (che sia io stesso per un secondo, al momento improbabile, mandato o qualcun altro) trovi progetti già avviati e operativi. L’idea è lasciare una transizione ordinata, che nel mondo accademico è una specie di unicorno mitologico.
Il 2025 è stato però anche un anno di passaggio sul piano della didattica. Da sempre considero la didattica una parte fondamentale del mestiere di docente universitario: i miei colleghi e le mie colleghe mi hanno sentito ripetere più volte che è la nostra prima missione (delle tre che ci vengono attribuite) e che troppo spesso ce ne dimentichiamo. La didattica è bellissima, ma anche molto faticosa e, a volte, decisamente umiliante. Il sistema accademico italiano tende a ridurla a “lezioni erogate”, un’espressione che continuo a detestare con una certa costanza. Ogni volta che la sento mi immagino trasformato in una pompa di benzina: inserire studente, erogare contenuti, ricevuta su esse3 (o registro elettronico). 
Le lezioni, in realtà, non si erogano. Si progettano, si preparano, ma soprattutto si vivono. Altrimenti che senso avrebbe stare in aula ad ascoltare me, quando esistono video realizzati in modo professionale che possono trasmettere gli stessi contenuti molto meglio e molto più comodamente?
All’inizio del mio percorso come docente universitario (non sono mai stato carrierista, quindi eviterò accuratamente quella parola), ho cercato di ispirarmi ai migliori docenti che avevo incontrato da studente. Il problema è che io sono stato uno studente degli anni ’90. Spice Girls, Take That, Beverly Hills 90210, Melrose Place, soprattutto X-Files — tantissimo X-Files — e solo alla fine Friends. Tutti riferimenti che oggi, per molti studenti e studentesse, non significano assolutamente nulla. Come studente appartengo a un passato che non tornerà; come docente vivo in un presente che è una sfida tecnologica continua. La tecnologia si può imparare, ma la vera difficoltà è la mentalità. Mi sono reso conto di quanto io sia legato ai miei schemi di formazione e di quanto alcuni di questi non funzionino più. Questo non significa che noi “ragazzi degli anni ’90” non abbiamo nulla da insegnare (tutt’altro), ma significa che dobbiamo anche imparare ad ascoltare.
Da qui nasce la sperimentazione della didattica innovativa. Nel 2025 il corso di Fisica I per Scienze e Tecnologie Biomolecolari è stato “erogato” (lo so, scusate) in una modalità dinamica che ho letteralmente inventato a partire da un libro letto quest’anno, Dynamic Lecturing, e da quanto osservato durante il mio viaggio di istruzione e sudore a Singapore. In parallelo, ho sperimentato la didattica blended (o mista) per il corso di Computational Biophysics: un terzo delle lezioni online, video brevi e un diario metacognitivo (il fatto che io abbia imparato questo termine è già una conquista) in cui gli studenti mi raccontavano cosa avevano imparato di nuovo, cosa già sapevano e cosa li aveva messi in difficoltà. Commenti visibili solo a me, ai quali rispondevo puntualmente. È stata un’esperienza intensa, ma molto arricchente, che ha reso il tempo in presenza decisamente più vivo e partecipato. Forse perché avevamo già rotto il ghiaccio dietro uno schermo.
Nel 2026 continuerò sicuramente la sperimentazione blended su Computational Biophysics. Il corso di Fisica I diventa però Fisica Generale, passa a 90 ore e sarà ancora più impegnativo.
L’obiettivo è anche quello di motivare una parte degli studenti verso un percorso di biologia quantitativa, dove la fisica non è un optional ma una necessità. A questo si aggiunge la Winter School Physics of the Cell, che organizzo a Trento ogni tre anni: dopo il 2020 e il 2023, l’edizione 2026 sarà fortemente basata su lezioni teoriche, applicazioni pratiche e soprattutto challenge da risolvere in gruppo e presentare con brevi pitch, ovvero 5-7 minuti al massimo per ciascun gruppo. Un’idea che all’inizio è sembrata bizzarra anche ai miei colleghi (ma ormai mi conoscono), e che poi ha portato tutti a reinventare le proprie lezioni. Mi aspetto di divertirmi parecchio. E spero che lo stesso valga per gli studenti. Dei miei colleghi mi preoccupo meno: ancora, mi conoscono...
Sono abbastanza certo che nella risoluzione delle challenge verranno utilizzati tutti gli strumenti possibili, compresa l’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Anche qui il mio approccio è cambiato: la GenAI è qui per restare, proprio come il cellulare negli anni ’90. Tanto vale imparare a usarla come strumento e non come arma contro l’intelligenza naturale e lo spirito critico. Per questo mi sono iscritto a un corso sull’uso dell’IA nella scrittura scientifica: sto cercando di capire questo nuovo mondo, con estrema curiosità ma senza ingenuità: direi più diffidenza che entusiasmo, nelle mie ormai classiche corde ultra-50enni.
Sul fronte della ricerca, il 2025 è stato senza dubbio il mio anno più produttivo finora, con undici articoli pubblicati. Sono il risultato di collaborazioni di lunga data, giunte a maturazione proprio quest’anno. Una grande soddisfazione, soprattutto considerando l’impegno richiesto dal ruolo di direttore. Forse proprio per questo mi sono spesso rifugiato nella ricerca e nella didattica, per respirare la materia a cui ho dedicato, di fatto, la mia vita lavorativa, prima di tornare alle immancabili beghe dipartimentali (perdonatemi il termine). Il 2026 promette nuove avventure: se il progetto Mimosa si avvia alla conclusione, partirà un nuovo progetto finanziato dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, Fondazione AIRC, sulle mutazioni e la risposta alle terapie antitumorali, a cui contribuirò come collaboratore per cercare di comprendere il funzionamento o il malfunzionamento delle proteine associate ai geni che verrano identificati come responsabili di forme tumorali o della nostra diversa risposta alle terapie antitumorali con metodi bioinformatici. Ho anche scritto un progetto internazionale molto ambizioso in fisica medica: le probabilità di finanziamento sono decisamente scarse, ma spero almeno utili indicazioni per migliorare il progetto ed eventualmente ripresentarlo l'anno prossimo. Del resto, era successo così anche per il progetto AIRC. Bocciato l'anno scorso, con consigli per migliorarlo, ripresentato e finanziato. E poi ci saranno il Workshop di Bressanone (la “biennale”, giunta alla sua nona edizione) e il congresso della Società Italiana di Biofisica Pura e Applicata a Catania. Insomma, annoiarsi non è previsto.
Infine, ma non proprio alla fine, durante il mio mandato da direttore ho un po’ trascurato la cosiddetta “terza missione”, ovvero il dialogo con la società. Negli ultimi tempi ho iniziato timidamente a riaffacciarmi a questo ambito, dopo le esperienze teatrali del 2021–23 che definirei travolgenti. Ho presentato un libro, sostenuto un dialogo sulla vita extraterrestre (su cui mi sto documentando molto, come testimoniano anche alcuni ultimi post). Molte idee mi frullano in testa anche su come interagire meglio con la società, perché l'università ne è parte integrante e contribuisce alla costruzione di una società migliore. E, guardando alle premesse internazionali di questo 2026… direi che ce n’è davvero bisogno.

2 commenti:

  1. Caro Gianluca, buon 2026! Un piacere leggerti. In brackets, si potrebbe seguire qualche lezione della winter school da remoto?

    RispondiElimina