Due anni fa, più o meno in questi giorni, a Trento abbiamo fatto una cosa un po' strana. Abbiamo organizzato una conferenza scientifica cercando deliberatamente di evitare una delle attività preferite dagli scienziati durante le conferenze scientifiche: raccontare quanto è meraviglioso il proprio metodo. Non è stato facilissimo. Chi sviluppa un metodo computazionale tende infatti ad avere con esso una relazione molto simile a quella che alcuni genitori hanno con i propri figli: è il più bello, il più intelligente, risolve problemi che gli altri non riescono neppure a comprendere e, se non funziona, quasi certamente è colpa dell'utente. Noi volevamo provare a fare il contrario. Il workshop si chiamava Biomolecular Simulations at the Mesoscale e l'idea, nata insieme a Sarah Harris, Angelo Rosa, Ralf Everaers, Garegin Papoian e tanti altri colleghi, era abbastanza semplice da enunciare e molto più complicata da realizzare: invece di partire dai metodi, partiamo dai problemi. Chiediamo ai colleghi sperimentali che cosa riescono a vedere oggi e, soprattutto, che cosa non riescono ancora a capire. Poi mettiamo nella stessa stanza fisici teorici, chimici computazionali, modellisti, esperti di simulazioni, di membrane, di polimeri, di fluidodinamica, di cromatina, di proteine, e vediamo se viene fuori qualcosa. In altre parole: meno "guardate quanto è bello il mio martello", più "qual è esattamente il chiodo che dobbiamo piantare?".